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Pregiudizio 1: si può guarire semplicemente parlando?

  • marcoantoniogallop
  • 1 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

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È un dubbio comprensibile che nasce spesso da un eccesso di razionalità. Nella terapia psicoanalitica, infatti, la comunicazione verbale è solo uno dei tanti elementi in gioco. Il fulcro della psicoterapia è la relazione tra lo psicologo e la persona; e una relazione non è mai soltanto uno scambio di parole. Una relazione terapeutica è fatta di gesti, sguardi, silenzi, attese, risonanze del passato, significati consapevoli e non, conferme e messe in discussione, momenti di condivisione, timori, censure, regolazioni emotive, interpretazioni. È un processo vivo, dinamico, complesso. Ed è spesso una delle esperienze più profonde che una persona possa vivere, capace di modificare il modo in cui ci relazioniamo con il mondo.

Sorge allora una domanda spontanea: una relazione profonda può davvero modificare ansia, pessimismo, sfiducia, compulsività o difficoltà relazionali? La nostra esperienza quotidiana ci suggerisce di sì. Sappiamo quanto un ambiente lavorativo tossico prolungato influenzi il nostro umore, quanto una relazione sentimentale conflittuale logori la nostra individualità, o quanto il vecchio gruppo di amici o compagni influenzava il nostro modo di sentirci nel mondo. Le relazioni significative, nel bene e nel male, lasciano tracce profonde nella nostra psiche. Ma non è solo l'esperienza quotidiana a suggerire questo, lo dimostrano anche le ricerche: la relazione primaria tra bambino e ambiente familiare ha un ruolo cruciale nello sviluppo del temperamento e del carattere, sia nell’infanzia che nell’età adulta. I primi studi di Bowlby (1951; 1958) hanno aperto un campo di ricerca vastissimo, che ha coinvolto neurobiologi come Schore (1994; 2001) e Panksepp (2012), psicologi come Feldman (2015) e Dozier (2018), e numerosi gruppi di ricerca, come quello della La Trobe University (2025). Il cervello del bambino è altamente plastico (nel linguaggio comune diremmo modificabile) e le relazioni significative ne modellano la struttura. Ma anche il cervello adulto conserva una forma di plasticità, come mostrato ad esempio dagli studi di Klimecki (2012) e Kempermann (2015), una plasticità che diventa sorprendente quando le relazioni profonde – come quella terapeutica – si mantengono nel tempo. Le ricerche di Valk (2017) e Van der Velpen (2022) lo confermano ampiamente, così come i lavori di Abbass (2014) e McCarthy (2025) sugli effetti delle terapie psicodinamiche sul cervello.


La psicoterapia, però, non è solo una relazione “importante” della vita quotidiana. Non è come il legame intimo con un’amica o un amico del cuore: quelle relazioni, pur preziose, mantengono sempre un certo livello di censura e sono impregnate delle nostre insicurezze – gelosia, rancore, competitività, oppure tendenza alla simbiosi e sfiducia nel resto del mondo. La fragilità che si nasconde dietro a tutti questi aspetti trova possibilità di trasformazione solo quando viene condivisa con un professionista con cui si può lavorare insieme. Una relazione amicale o sentimentale significativa invece non è un lavoro su di sé o tutt’al più lo è marginalmente. Lo psicoterapeuta, invece, intuisce e lascia emergere gradualmente parti di noi stessi che non avevamo mai incontrato davvero, che possono apparire addirittura minacciose per l’amica o il partner con cui abbiamo più confidenza, ma che spesso si rivelano risorse fondamentali. La psicoterapia insomma tocca la nostra personalità: quella struttura profonda da cui dipende il modo in cui ci rapportiamo agli altri, a noi stessi, al futuro, a ciò che desideriamo e a ciò che rifiutiamo.


È una relazione particolare, fondata su una sintonizzazione empatica precisa e sulla costruzione di un’articolata consapevolezza di sé. Una consapevolezza che non può essere raggiunta neanche in autonomia attraverso la sola formazione, la lettura o l’auto-aiuto. Questi strumenti possono essere utili, certo, ma non sostituiscono il lavoro psicoterapeutico; anzi, talvolta un eccesso di auto-aiuto può diventare esso stesso un tentativo di controllo che, nel tempo, alimenta la sfiducia negli altri e la sofferenza. La psicoterapia è un percorso complesso che solo in apparenza può sembrare una “comunicazione verbale tra due persone”. In un’epoca in cui il web e i social sono pieni di video e contenuti che cercano di spiegare le psicoterapie, il rischio è quello di ridurre un processo estremamente articolato a slogan o formule rassicuranti. Ma la psicoterapia non è una spiegazione, né tanto meno una semplice comunicazione tra due persone.




BIBLIOGRAFIA

  • Abbass, A. A., Nowoweiski, S. J., Bernier, D., et al. (2014). Review of psychodynamic psychotherapy neuroimaging studies. Psychotherapy and Psychosomatics, 83(3), 142–147

  • Bowlby, J., (1951). Maternal care and mental health. World Health Organisation, Monograph Series, 2.

  • Bowlby, J., (1958). The nature of the child’s tie to his mother. International Journal of Psychoanalysis, 39, pp.350-373. 

  • Dozier, M., Roben, C. K. P., Caron, E., et al. (2018). Attachment and Biobehavioral Catch-up: An evidence-based intervention for vulnerable infants and their families. Psychotherapy Research, 28(1), 18–29.

  • Feldman, R., (2015). The adaptive human parental brain: Implications for children's social development. Trend Neurosciences. 38(6):387-99.

  • Kempermann, G., Song, H., Gage, F. H., (2015). Neurogenesis in the adult hippocampus. Cold Spring Harbor Perspectives in Biology, 7(9).

  • Klimecki, O. M., Leiberg, S., Lamm, C., et al., (2012). Functional Neural Plasticity and Associated Changes in Positive Affect After Compassion Training. Cerebral cortex. 23(7), 1552-1561.

  • McCarthy, K., Capone, C., & Leibovich, L. (2025). Brain changes in psychodynamic psychotherapy. In The evidence for psychodynamic psychotherapy: A contemporary introduction (cap. 20). Routledge.

  • Painter, F. L., Haverson, J., King, G. et al (2025). Mapping the Influence of Infant–Parent Relational Quality on Life Course Relationships: A Scoping Review of Prospective Cohort Studies. Clinical Child and Family Psychology Review.

  • Panksepp, J., & Biven, L., (2012). The archaeology of mind: Neuroevolutionary origins of human emotion. W. W. Norton & Company.

  • Schore, A. N., (1994). Affect regulation and the origin of the self: The neurobiology of emotional development. Lawrence Erlbaum Associates, Inc.

  • Schore, A. N., (2001). The effects of early relational trauma on right brain development, affect regulation, and infant mental health. Infant Mental Health Journal, 22(1-2), 201–269.

  • Valk, S. L., Bernhardt, B. C., Trautwein, F. M., et al. (2017). Structural plasticity of the social brain: Differential change after socio‑affective and cognitive mental training. Science Advances, 3(10).

  • Van der Velpen, I. F., Melis, R. J. F., Perry, M., et al. (2022). Social health is associated with structural brain changes in older adults: The Rotterdam Study. Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging. 7(7), 659–668.

 
 
 

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